Erano quasi due ore che viaggiava, partita da Milano in macchina destinazione Torino.

L’autoradio le teneva compagnia con canzoni di Luca Carboni; l’aria primaverile entrava dal finestrino tirato giù a metà, rinfrescava il suo dolce viso.

Anna era il suo nome, una ragazza di 26 anni, ma che per sua fortuna o sfortuna, ne dimostrava 18 per via del suo aspetto.

Una bella donna dagli occhi chiari, pieni di luce, le sopracciglia sottili anche troppo, ma ne risaltavano lo sguardo; a volte ingenuo e indifeso, come una zattera senza vela in mezzo al mare.Il viso pulito poco truccato per via delle guance che diventavano rosse per la sua troppa timidezza; il naso un classico della bellezza, piccolino all’insù, quelli che ti vengono voglia di morsicare, e le labbra invece erano sottili ma deliziose e baciabili per quel leggero strato di burro cacao che le rendeva due stelle in cielo d'estate.Portava i capelli corti tagliati a caschetto con la frangia pettinata leggermente su di un lato, e ogni tanto le piaceva cambiare colore ai capelli dal nero al biondo….Infine il suo corpo, non era molto alta ma era formata bene, amava molto lo sport, andava in piscina due volte la settimana, si teneva in forma, amava vivere.

Era arrivata al casello di Torino dopo due ore di macchina.

Anna non amava andare veloce in auto era una maniaca della sicurezza, sempre con le cinture allacciate, mai più di 110 in autostrada, non superava mai i 50 in città, e il telefonino, lo spegneva.

Passato il castello, devi dirigerti all’albergo Romeo in P.zza Dante al numero 12 e chiedi di Micaela Bazzini.

Questo era scritto nel biglietto consegnatele tre anni prima, dalla sua ex compagna di classe, Micaela appunto.

Due occhiali neri e i suoi capelli biondi, dentro alla Smart gialla con su le portiere Tom E jerry; era il suo cartone animato preferito, stonava in una Torino grigia, e fredda nonostante l’aria primaverile le riempisse di felicità il cuore.

Ripose il biglietto nella borsetta di pelle finta, nera.Il nero era il suo colore preferito sosteneva che nascondeva i brutti difetti, infatti, i vestiti che indossava erano quasi tutti di colore nero, la gonna corta appena sopra le ginocchia, la felpa di cotone leggero, con qualche traccia di blu, le calze e le scarpe in sintonia o quasi con il resto, anche se le scarpe arano da tennis, ma particolari; stringhe

Rosa, due strisce a forma di A di colore celeste ai lati.Molto particolari ma a lei piacevano la facevano stare bene, e poi erano davvero comode.

Era arrivata davanti all’albergo. ”Chi me lo ha fatto fare” si chiese perché quest’improvviso desiderio di rivedere, dopo quasi 10 anni, la sua vecchia amica.

“E’ passato tanto tempo, non so neanche che faccia possa avere, sicuramente sarà cambiata, e forse è diventata anche più bella di me”. Troppe domande si stava facendo, decise di smetterla, perché le sembrava di andare indietro con gli anni, fino ai tempi della scuola, quando lei e Micaela erano rivali in amore, e dei momenti passati insieme come due amiche del cuore, anche se all’ultimo anno di scuola iniziarono a girare voci su loro strano rapporto…

Parcheggiò la sua auto, che per il suo aspetto non passava certo inosservata, anche il portiere dell’albergo appena la vide, non so se rimase più stupito dall’auto o dalle sue gambe, fece un sorriso senza farsi troppo notare.

“Signorina” disse il portiere “lasci stare la parcheggio io l’auto”, e poi ordinò al fattorino di portare via i suoi bagagli.

Anna ringraziò e guardò interessata il giovane mentre gli scaricava le valige.” Che bel ragazzo quasi quasi ci provo…”

Un bel ragazzo giovane alto occhi scuri e intensi due grandi spalle, probabilmente faceva palestra, e un sedere fantastico.” Non ci devo pensare è troppo giovane per me, è meglio che me ne vada.”

Lo salutò ringraziandolo e se ne andò.

Anna non era fidanzata.

Era un albergo discreto, situato in una bella zona del centro, silenziosa lontano dal traffico, e la facciata dava su un bel giardino.

 

Quando era piccola amava i giardini, ci andava a passeggio con suo nonno, la portava per mano a vedere i pesciolini rossi e le tartarughe della fontana, passava sopra un ponticello di legno che attraversava la fontana e osservava incuriosita le bocche delle tartarughe che sembravano sorriderle, appena il nonno  lanciava qualche mollica di pane.,era bello, l’aria era più leggera, i bambini giocavano a lanciarsi palle colorate, e la gente sorrideva con più gusto.

Adesso Anna odia i giardini.Pesci rossi non ce ne sono più o sono finti, le tartarughe sono diventate pasto per cani curiosi, i bambini sono distratti dalla televisione, e le persone non ti guardano in faccia per la paura d’essere visti….

Anna entrò nell’albergo dando le spalle al suo giardino.

Un attimo prima che le porte automatiche dell’entrata si aprissero, squillo, vibrando il telefonino nella borsetta di Anna. Rispose al telefono, suo fratello Michele.

Michele era il fratello maggiore di bell’aspetto, alto, occhi chiari un viso giovane come sua sorella, ma quello che lo distingueva da Anna era il suo attaccamento quasi morboso nei confronti della madre, e nonostante i suoi 32 anni viveva ancora con i genitori.Pietra la madre casalinga di 58 anni assomigliava molto a Anna, il padre Augusto un uomo di 65 anni ormai in pensione, ma che coltivava una gran passione scrivere poesie.Augusto era il classico padre di famiglia, rigido e severo con Michele e Anna, ma molto comprensivo e generoso.

“Michele Michele” ripeté al telefono più volte Anna, lui non rispondeva finché  scoppiò in un pianto liberatorio.Singhiozzando disse ad Anna che nonno Alberto era morto.

Nonno Alberto il padre di Augusto, era il nonno preferito di Anna si può dire che fin  da piccola aveva per problemi di salute, vissuto per un lungo periodo nella sua casa di campagna ad Alba.Portava con sè dei bellissimi ricordi di quel periodo, le lunghe passeggiate per le campagne, i pranzi sotto il portico di casa, e soprattutto l’affetto che non le fece mai mancare.

Anna riattaccò il telefono senza dire una parola.

Le gambe le tremavano, doveva sedersi, cercare un rifugio dove poter stare da sola, piangere in pace senza che nessuno disturbasse il suo dolore.Entro nel giardino, che tanto odiava, di fronte all’albergo

Cercò una panchina possibilmente isolata dalle grida di una madre che rimproverava il figlio per avere fatto cadere il gelato. Anna, si sedette poggio la sua borsetta nera sulla panchina e vi cercò dentro un fazzoletto, ma nella confusione tiro fuori per caso una vecchia foto, era di suo nonno.

La foto lo ritraeva insieme a lei, scattata quando aveva 10 anni, accanto al loro albero preferito, un faggio dove erano incise le loro iniziali.

“Quando la morte arriva per le persone a noi più care, un po’ della nostra vita se ne va via con loro.” Era la frase che le disse nonno Alberto, quando un giorno seduti a mangiare panini sotto il faggio Anna, gli chiese, perché piangono le persone quando qualcuno muore.

Anna era triste.

Il vento le portava al cuore tanti ricordi, cercava di distrarre il dolore, con figure deformate dalle lacrime che le bagnavano i suoi dolci occhi, ma troppo forte era il dolore.C’era poca gente in giro il silenzio era di casa.Gli si avvicino un piccolo uccellino forse in cerca di cibo, qualche briciola di pane, per sfamare la sua nidiata.Il suo sguardo si spostò su una barchetta di carta manovrata da un bambino che non smetteva di sorridere.La sua speranza e il dolore si posarono sullo stato d'animo di un bambino.Adorava la sua felicità, invidiava la sua spensieratezza, riprese a piangere.

Un pullman arancione si fermò davanti al cancello semiaperto del parco, aprì le porte, di quelle che si aprono a ventaglio,  erano talmente vecchie che le guarnizioni di gomma erano diventate di plastica bianca.

Iniziarono a scendere dei bambini, tanti, sicuramente in gita , in visita al museo di storie naturali del parco.

Anna non era lontano, anzi si poteva sostenere che fosse distante appena 10 metri dalla statua, due cerbiatti che davano il benvenuto ai visitatori, messi davanti al museo, vecchio restaurato da poco tempo, notabile per le facciate esterne bianche; le finestre grandi, oscurate dall’interno da tendoni grigi, e un camino sul tetto il quale fumava tutta la sua solitudine nei confronti del mondo.

La voce di un bambino si avvicinò ad Anna, chiedendole una caramella

Anna li per li non gli diede subito retta, ma sentendo la sua insistenza, cercò nelle tasche del giubbino sdraiato sulla panchina qualche caramella

“Mi dispiace” rivolgendosi al bambino, “se per te va bene ti posso offrire una cioccolata calda”. Anna sorrise vedendo in quel bambino una speranza, un motivo per andare avanti.

Samuel, questo era il suo nome, era povero, si vedeva dai vestiti che indossava, un paio di pantaloni marrone di tre taglie più grandi di lui, e una maglietta bianca che pubblicizzava una marca di sigarette di quattro anni prima, e in mano una busta di carta contenente dei fazzoletti di carta da vendere.

“Quanti anni hai” gli chiese Anna

“10 anni” le rispose samuel.

“E i tuoi genitori dove sono”, ma prima di fargli quella domanda stupida, tirò su il giubbino, la borsetta e prese per mano Samuel. Andarono verso il bar del museo.

La luce del sole scaldava gli alberi del parco, dei grossi lampioni fatti a forma di navicelle spaziali, stonavano in mezzo a tanto verde; non faceva tanto caldo anche se la primavera era arrivata un po’ in anticipo, si sentiva dal profumo dei prati e si notava dallo sbocciare di qualche fiore. Una signora a spasso con il suo cane girava da sola, un cappello rosso in testa, due borse per la spesa, ancora vuote, e un sorriso spensierato, lei era felice.

Anna e il suo nuovo amico, entrarono nel bar piccolo mal arredato, quello che si notava era un bigliettino attaccato sul lato destro della macchinetta del video poker, con su scritto: le vincite si pagano in tichet o in conmazione.l’ignoranza era di casa o forse era solo distrazione, penso Anna.

Cercarono un tavolino libero dove potersi sedere.Si sedettero e ordinarono un caffè per Anna e un’aranciata per samuel.Le parole di Anna erano curiose, sincere, e piene di rabbia per la misera condizione di samuel.

Era uno di quei tanti bambini sopravvissuti allo sbarco dei curdi, sulle coste italiane.

Quante trasmissioni, quante notizie nei giornali, alla televisione, nei dibattiti politici…ma poi tutto era lasciato da parte, dimenticato nel nome dell’indifferenza e dell’intolleranza, usato comunemente come pubblicità politica.

Anna la pensava cosi, o forse per la situazione che aveva davanti e che stava vivendo, perché lei prima di samuel, non la pensava in questo modo, anzi, era contro ogni tipo d’invasione straniera.

Si sentiva male per i suoi vecchi pensieri e dava libero sfogo ai nuovi, doveva fare qualcosa per quel bambino.

“Senti sameul verresti a stare con me in albergo per qualche giorno?”gli domandò Anna.

Samuel rispose seccato di no, non poteva lasciare i genitori e i suoi tre fratelli, era ingiusto secondo lui, abbandonarli per una persona che gli aveva offerto un po’ di compagnia e un’aranciata.

Anna ci rimase male, ma pesandoci bene il bambino aveva ragione, per un momento c’era cascata, pensò di potere fare del bene a qualcuno e cosi facendo il suo dolore sarebbe sparito.

Era ingiusto e sleale nei confronti di Samuel.

Samuel si alzò dal tavolo del bar e salutò Anna. “Ma come te ne vai cosi non mi dai neanche un bacio?”Anna rivolgendosi al bambino.Samuel dolcemente la guardò e sapendo che quello era un probabile addio, la baciò sulla guancia, e se ne andò. “Ciao Samuel” disse Anna.

Lasciò 5000 lire sul bancone del bar e uscì a guardare Samuel che si allontanava con il suo sacchetto.

Poco dopo lo vide avvicinarsi ad una panchina e………

Entrò nell’albergo.

“-Buongiorno sono Anna manfredini-“disse Anna alla portiera dell’albergo.

“-Buongiorno a lei, desidera-“le rispose la portiera

“Sono l’amica di micaela-

“-Mi scusi ma la signora si è assentata per qualche giorno, per lavoro, e mi ha detto di lasciarle questo biglietto nel caso lei fosse venuta qui da noi.”

“-Ma come pensò Anna-mi ha fatto venire da Milano e Micaela se né e andata via-“

Voleva prendere tutto e andarsene tanto la sua giornata non era iniziata nel migliore dei modi.

Ripensandoci Anna decise di fermarsi, tanto che doveva fare, l’unica cosa era il funerale del nonno, ma conoscendosi non ci sarebbe andata.

Non era per egoismo o per chi sa cos’altro, era solo perché Anna non accettava in nessun modo la morte di una persona, e ancor peggio veder finire la vita sotterrata sotto un mucchio di terra, voleva mantenere almeno un bel ricordo, da vivo.Non sarebbe riuscita a sopportare una cosa del genere.Stava male solo al pensiero.

Senza farsi troppo notare, nascondendo in parte il viso bagnato di lacrime, Anna chiese alla portiera dell’albergo se poteva salire su in camera, e avere la lettera della sua amica.

-“Signora scusi ha dimenticato la chiave-“disse con voce un po’ ironica la portiera dell’albergo ad Anna.

Anna si voltò senza un minimo imbarazzo, fece uno sforzo per sorridere,

Niente.In quel momento se la portiera le avesse lasciato al posto della chiave, un qualsiasi oggetto diverso da quello, Anna non se ne sarebbe accorta.

Il giovane ragazzo che aveva conosciuto all’ingresso, accompagno Anna portandole le valige che tra l’altro aveva lasciato nella sala d'attesa per quasi tre ore.Ecco la sua stanza e la numero 23.

Era una delle stanze più belle dell’albergo.

Due mandate la chiave apri la porta, e girandosi con occhi tristi e che lanciavano messaggi di aiuto, guardò il facchino dagli occhi teneri, e lo ringrazio.

Appena vi entro vide un bellissimo tappeto persiano che al contatto con le sue scarpe le fece ritornare in mente la sensazione provata il giorno che entrò in un negozio a Milano pieno di tappeti persiani.

A destra della stanza la parete sembrava un angolo di un bar, rivestita di legno marrone chiaroscuro, scomparti a persiana per i vestiti, faretti a forma di rombo che illuminavano le decorazioni di legno in basso rilievo, e due bocchette di colore rosso (strano colore pensò Anna) per l’aria condizionata, funzionanti che rinfrescavano l’ambiente. Attaccato alle pareti c’era un quadro che raffigurante una lattina di vetro della coca cola.

Anna osservava con stupore il resto della stanza, era spaziosa aveva due grandi finestre,  portavano al balcone che dava sul giardino interno dell’albergo. Le tende della finestra trasparenti, illuminate dalla luce un po’ opaca del sole, lasciavano passare solo un colore marrone chiaro, rilassante per gli occhi ancora gonfi di lacrime di Anna. Un tavolo di legno per 12 persone al centro della stanza era ricoperto da una tovaglia ricamata sui bordi, e al centro un vaso di cristallo pieno di un bel mazzo di rose bianche, fresche , emanavano un buon profumo.

Un divano color nocciola di pelle che poteva ospitare fino a 12 persone, comode, davanti un televisore poggiato su un bellissimo mobile di legno pregiato. L’ambiente era l’ideale per rilassarsi.Le pareti tappezzate da tanti quadri, tutti resi ancor più belli dalla luce dei faretti sistemati sulle cornici, davano ad Anna la sensazione di trovarsi in una galleria di quadri.

Anna era stanca, disperata, triste,  e pensava ancora a suo nonno.

Prima di chiudere la porta sistemo fuori sulla maniglia il cartello, un classico, con su scritto do not disturb.

Chiuse la porta, prese le due valige , andò verso la camera da letto,  appena vi entrò notò la sua grandezza, era più grande della sala da pranzo di casa sua. Prese la valigia più leggera e la lanciò a peso morto sul letto, coperto da un piumino color rosa.

Anna si sdraiò e si addormentò quasi subito, senza neanche spogliarsi dei vestiti, accanto alla valigia non ancora disfata.Gli occhi di Anna ora stavano riposando, e con loro anche i suoi pensieri forse….Due piccole lacrime stavano cadendo sul suo cuscino di seta.

Una camera arredata bene, il rosa era il colore dominante, era dovunque; la coperta del letto, la fodera delle due sedie accanto al tavolino, le frange del tappeto ai piedi del letto, le maniglie dei due comodini e il contorno di una rosa disegnata sulla lampada del muro, Anna amava quel colore.

Il tempo fuori era cambiato, iniziò a piovere, e le gocce che battevano sulla finestra della stanza di Anna, rendevano più piacevole il suo sonno. Fuori i fari delle automobili brillavano sull’asfalto bagnato, la città intanto si stava preparando ad accogliere la notte che stava calando.

Le luci della sera come per magia entravano nella camera di Anna, creando un bel gioco d’ombre e di riflessi, che colpivano anche lo specchio del mobile a due cassetti situato nell’angolo più buio della stanza, niente poteva disturbare il sonno d’Anna.

Era notte fonda, Anna stava dormendo da più di sei ore, quando iniziò ad avvertire un po’ di freddo. E per ripararsi cercò con le mani di tirare a se la coperta. Si girò un paio di volte nel tentativo di coprirsi, riuscendo solo a scaldare i piedi, nascondendoli appena sotto la valigia.

Squillò il telefono della camera di Anna.-pronto-“disse.

Dall’altra parte del ricevitore c’era una voce dolce avvisava che erano le 10.00 del mattino. Era la sveglia dell’albergo richiesta espressamente da Anna.

Riattacco il ricevitore e accorgendosi di quanto era tardi, decise di alzarsi. Si guardo in giro osservo il soffitto che era bianchissimo sembrava appena dipinto, si strofinò gli occhi con la mano e giro la testa su di un lato guardando con i pensieri fuori della finestra, si guardò poi i piedi e si accorse di avere ancora su le scarpe e di aver dormito tutta la notte con i vestitini alzo dal letto era tutta indolenzita per via del freddo che aveva preso la notte prima notò accanto al comodino un paio ciabatte con il pelo rosa, le prese si tiro via le sue e osservandole con un po’ di imbarazzo le indosso.

Era in piedi le girava un po’ la testa, il suo viso era stanco sciupato la sua giovane bellezza, l'aveva abbandonata per far posto alla tristezza, ai ricordi alla sua sofferenza, iniziò a ricordare, riprese a piangere. Si avvicinò alla tenda bianca, la spostò verso il parete del letto, e guardò fuori. Il sole entrò e colpi il viso di Anna e per un momento la tristezza lasciò spazio a un piccolo sorriso.

Passato il triste momento, Anna decise di farsi una bel bagno caldo, e chiamò il portiere dell’albergo per farsi portare dei sali da bagno rilassanti. Si guardò ancora in giro e noto la valigia non ancora disfatta. Non aveva portato con sé molti vestiti, ma voleva e doveva sistemarli, aprì la valigia, tirò fuori una vestaglia bianca, primaverile, corta con le spalline sottili di quelle che piacevano ad Anna, ricamata sul fondo di pizzi chiari azzurri, l’appoggio con cura sul letto. Anna era ordinata e anche pignola nel sistemare i suoi vestiti, ma era la prima volta che si era dimentica di fare ordine.

Bussarono alla porta, Anna pensò fosse il cameriere che aveva portato i sali da bagno,andò ad aprire la porta.

Apri e notò un vassoio grande in argento c’era di tutto, una rosa sdraiata accanto alla tazzina di caffè caldo che stava ancora fumando ,un paio di briose una alla marmellata, lo si capiva dal profumo e una alla panna, una brocca di cristallo piena di aranciata, un contenitore per il burro un vasetto per la marmellata ai mirtilli, e una serie di posaterie, due cucchiaini, un coltellino dal manico in avorio, una forchetta per la frutta zuccherata un piattino di porcellana con una vesta scelta di biscotti al cioccolato, e infine un tovagliolo bianco ricamato tanto bello che Anna a casa sua l’avrebbe usato come centrino per il tavolo della sua cucina.

Anna rimase stupita da quanto il cameriere le aveva portato, ma quello che più la colpì non fu tanto la quantità, ma il peso che doveva sopportare il braccio del cameriere…..

“- Buon giorno ha dormito bene , questo è per augurarle una buona permanenza nel nostro albergo -“ disse il cameriere.

“Grazie non ho parole -“ rispose Anna.

Chiuse dietro di se la porta e appoggiò il vassoio sul tavolo. Non aveva tanto appetito ma riuscì, a mangiare le due brioche e a bere l’aranciata, posò il bicchiere, e si tirò via le briciole cadute sui pantaloni. Era tranquilla, serena nonostante pensasse ancora a suo nonno. Da quando aveva ricevuto la triste notizia Anna, non aveva ancora sentito nessuno. Doveva chiamare almeno, ma non voleva avere contatti con nessuno così aveva deciso.

Decise finalmente di farsi un bel bagno.

Apri l’acqua del rubinetto della vasca e lasciandola scorrere finchè non avesse raggiunto la giusta temperatura, passò la mano e disse “ora va bene”. Chiuse il tappo e lasciò che la vasca si riempisse completamente.Distrattamente notò su una mensola di vetro vicino al mobiletto del bagno, una vasta serie di bottigliette (una decina) di vetro trasparente, contenenti sali da bagno, quello che lei aveva chiesto espressamente alla reception dell’albergo.Ne aprì una per una finché trovò il colore che gli piaceva di più, era il blu.Ne verso una grande quantità nell’acqua bollente della vasca, che al contatto inizio a diventare blu, ci passo la mano dentro e senti una bella sensazione, perché migliaia di bollicina le facevano solletico sui polpastrelli.Nell’attesa che la vasca si riempiva, Anna si spoglio, si levo il maglione, i pantaloni, e rimanendo in mutande e reggiseno le venne voglia di fumarsi una sigaretta.Andò nel salotto cerco nella sua borsetta le sigarette e ne accese una.Era affacciata al balcone e con la speranza o forse inconsciamente con il desiderio che qualcuno la vedesse fumava la sua sigaretta e tra una boccata e uno sguardo su al cielo, Anna riusciva a rilassarsi, e si divertiva a giocare con gli anelli di fumo, sorrideva con gli occhi che avevano smesso di piangere, era finalmente serena, e per un attimo il dolore era sparito.

Il vapore stava uscendo dal bagno, lo specchio era completamente appannato, le piastrelle azzurre erano bagnate sembrava che piangessero.Anna entro nel bagno si slacciò la catenina dal collo i vari anelli e bracciali.Si tirò via le mutandine e il reggiseno, un completo di pizzo rosa e rimase nuda. Con il piede destro assaggiò la temperatura dell’acqua, quando si vide il corpo offuscato nello specchio. Si fermo un istante fissando lo sguardo sulla figura deformata dal vapore, tirandola via con un asciugamano, guardò il suo viso nonostante fosse stanco, era bello gli occhi ancora assonnati ma pieni di affetto, i capelli anche se spettinati le davano un tocco sensuale, si guardò il seno rotondo, una terza, sodo e ben formato per via dell’operazione da lei subita quando aveva 19 anni. Anna aveva sofferto tanto per quel suo ex problema, avere il seno grosso, era apprezzato dai maschi, ma lei lo considerava un difetto, quando un giorno i suoi genitori le regalarono l’operazione per la riduzione chirurgica del seno. Da allora fino ad oggi Anna finalmente si sentiva normale, ma viveva con la paura che un giorno….

Si girò su se stessa e si guardò il fondoschiena, un opera d'arte per via delle tante ore la settimana passate in piscina, diede un occhiata alle gambe la sua parte migliore, non erano tanto lunghe ma erano perfette, dritte, in carne nei punti giusti, lisce come la pelle di un bambino e poi sapeva “camminarci”.Anna si piaceva ogni tanto, era una bella donna e ben fatta e soprattutto invidiata dalle donne e desiderata dagli uomini. Anna rimase ancora un paio di secondi a guardarsi. Pianse.

Si buttò sul letto a faccia in giù,la testa le scoppiava e il cuscino accoglieva le sue tristi lacrime ma si calmò quando ricordò una cosa che gli disse suo nonno:” Anna quando non ci sarò più la tua vita dovrà vivere di più”. Era vero ci stava provando ma non era facile.

Provo dei brividi di freddo e si ricordo che l’acqua della vasca stava ancora scorrendo.

Ritornò in bagno cercando di farsene una ragione. ”basta la faccio finita”

Entrò piano nella vasca piena di schiuma azzurra ,c’era un buon profumo e questo la calmò un po’, chiuse il rubinetto e s’immerse piano piano fino a lasciare fuori solo il viso. Non pensava a niente fino a quando le venne una strana voglia, e se ne vergognava, desiderava un uomo.

Anna era tanto tempo che non aveva un rapporto con un uomo, erano passati due anni dall’ultima relazione, finita anche male dopo sei anni di convivenza. Si chiamava Aldo era più grande di Anna di sei anni, avevano addirittura fissato la data per il matrimonio ma due mesi prima, Anna scopri per puro caso che Aldo aveva un’altra donna, la sua migliore amica, gli aveva colti sul fatto a letto nella loro casa di Milano.

L’acqua calda la stava rilassando il piacere stava aumentando a con lui anche la voglia, iniziò a toccarsi il corpo con la mano, la passò sul seno accarezzandolo, si toccò le gambe, passo nell’interno delle cosce, continuò per cinque minuti senza fermarsi un attimo.Provò un immenso piacere. Anna si vergognò di quello che aveva appena fatto, ma almeno adesso si sentiva meglio.

Giocò per un paio di minuti con la schiuma che poco a poco si stava sciogliendo nell’acqua della vasca, era un vizio nato fin da piccola invece di giocare con le paperette si divertiva con i suoi “ICEBER”, così le piaceva chiamarli.Uscì dalla vasca ancora tutta bagnata e prese un asciugamano se lo avvolse sui fianchi. Così com’era andò a sedersi sul divano e con una sigaretta tra le dita, accese il televisore in cerca di qualcosa che la poteva distrarre, si sintonizzò su un canale con un programma talmente stupido, era un canale satellitare in lingua araba, che riuscì a farla ridere.

 

Era domenica le campane del paese stavano suonando le 1000 di mattina.

Il mercato accanto al castello era già pieno di persone. Molte coglievano l’occasione per scambiare due chiacchiere.

Anna aveva 12 anni.

Svegliati Anna e ora di alzarsi le disse nonno augusto.

Era felice di svegliarsi l’aria che entrava dalla finestra la faceva sentir bene, libera come un uccellino a primavera.

Uscirono da casa, Anna sorrideva al nonno mentre scendevano le scale, riflettevano i raggi del sole che entravano dalla finestra di fronte a loro, era caldo pizzicava sulle guance, scaldava la mano del nonno che si aiutava a scendere le scale con un bastone.

Fuori i fiori erano rossi, gialli, le api vi volavano intorno, i piccioni scappavano via infastiditi dal cane di Giulia, si andavano a posare sul muricciolo rosso porpora che circondava la casa, Anna quando usciva era cosi felice che le sembrava di abbracciare l’aria, tutta la vita.

Si diressero al mercato, costeggiarono il muro dipinto di rampicanti verdi assetati, camminavano adagio nonno augusto salutava gli amici che incontrava. Era molto conosciuto. Viveva da solo, era rimasto vedovo ,perciò vivendo da solo dovette arrangiarsi. Divenne un bravo cuoco amava cucinare piatti a base di pesce, questa passione gli fu trasmessa da suo padre Tonio, un uomo di mare, che aveva vissuto gran parte della sua vita a viaggiar per mare, prima come marinaio e poi come tenente di marina di una nave scuola per ufficiali.

Fu chiamato in guerra ,la seconda, andò a combattere in Spagna ,Africa e in Italia ad aiutare gli Americani. La guerra terminò torno a casa decorato con due medaglie al valore militare, ma con meno amici lasciati morti in paesi che neanche lui ne ricordava appena il nome. Tanti amici aveva perso, la guerra gli aveva portato via il lavoro la casa due fratelli morti come partigiani nella battaglia di alba. Tornato al paese come capitano della Marina Militare, decise di andare in pensione, con i risparmi ,aprire insieme al fratello aristo un ristorante. Fu chiamato la rotonda. Fece tanto successo rimase aperto per molti anni, aveva una bella posizione, dava sul mare, era invidiato dai gestori concorrenti per i prezzi bassi sul menù, per l’eccessiva gentilezza che aveva con i clienti. Tutto durò ancora poco, la mafia locale appoggiata dalla giunta comunale, fecero chiudere l’attività a Tonio e suo fratello, per costruire al posto del ristorante, un centro sportivo riservato solo ai soci.

Fu meglio così perché prima che il comune intervenisse, il ristorante venne ripetutamente e senza nessun avviso, con azioni regolari, visitato dalle varie associazioni del lavoro, della sanità, dell’igiene….

Ma la cosa più grave, i parenti di Tonio, furono minacciati, ricattati, a soggetti a continui maltrattamenti mentali; erano calunniati in tutto il paese, con frasi del tipo” sono dei fascisti hanno aperto con i soldi rubati dai tedeschi……

Tonio non riuscì a sopportare le umiliazioni tra l’altro non vere e rischiare la salute dei suoi figli, Augusto il minore Giovine il più grande, di sua moglie Ginevra.

La gente al mercato era tanta, gli amici di tonio lo salutavano con rispetto, la maggior parte ,gli offriva da bere, era amato e conosciuto.

Si fermarono al chiosco preferito di Anna. Piccolo ma accogliente c’era solo un tavolino dove potersi sedere, accanto, impiantato tra due sassi macchiati di catrame, un vecchio ombrellone rosso. Si sedettero Anna ordinò una vaschetta di lupini, il nonno un piatto di acciughe sotto sale, condito con due fette di pane. Le frange arancioni dell’ombrellone, si muovevano al vento lasciando passare qualche raggio di sole sul tavolino.

Si dissetarono con due bottigliette di aranciata.

 

Anna stava bevendo un aranciata nella sua stanza d'albergo e avrebbe tanto desiderato mangiare dei lupini.

I ricordi non si placavano nella mente di Anna anzi più era felice e più i ricordi tornavano.

Una voce intonata, accompagnata da un pianoforte e un violino, Anna ascoltava distratta dalla pioggia che batteva fuori sui sassolini del portico, era nonno augusto che cantava, portava un completo finto gessato, una cravatta slacciata e stirata male, addosso un inconfondibile odore di naftalina e di borotalco, ma la sua voce era bellissima, stava cantando in un centro per anziani(associazione culturale invalidi Mozart),ci andava tutte le domeniche. Nella sala dove stava suonando gli spettatori il più giovane avrà avuto 70 anni, era interessata ascoltava con sentimento, sicuramente i pensieri di qualcuno andavano indietro di tanti anni. Anna accompagnando il nonno si divertiva ad osservare le donne, non per divertimento ma per invidia, si domandava se anche lei alla loro età sarebbe stata come la signora Daniela, una donna di 88 anni ma simpaticissima, un profumo di acqua alle rose accompagnava il suo cammino nella sala, i suoi gesti gentili e nobili nei confronti degli uomini più anziani, un saluto quasi onorevole verso le donne. Vestiva bene una giacca nera con su una spilla probabilmente d'oro a forma di farfalla incastonata da due brillanti che luccicavano ad ogni movimento del corpo, sotto portava una camicetta di seta azzurra con i bottoni in madre perla bianchi, una gonna lunga che sembrava una cascata di ghiaccio, per via del colore bianco…….,quando camminava per la sala, tutti non potevano evitare di girarsi a guardarla.

Passò vicino ad Anna la salutò e le diede un pizzicotto sulla guancia dicendole che suo nonno era il meno rimbambito degli uomini che c’erano nella sala. Anna rise di gusto, pensò che la signora Daniela nonostante gli anni fosse anche ironica e spiritosa.

Ad Anna rimase molto impressa la figura della signora Daniela, si chiese se adesso che nonno augusto, non c’era più, l’avrebbe più rivista.

Anna aveva voglia di uscire e di smettere di piangersi addosso e di essere nostalgica.

Era in salotto, seduta sul divano si sentiva sola, si guardò intorno, tutto era bello ma immobile senza vita, solo i quadri appesi sulla parete la facevano sentire viva e in sintonia con se stessa. Era mezzogiorno iniziava ad avere fame e questo era un buon segno. Si vestì, indossò abiti non troppo sfarzosi e leggeri. Scese giù nella hall dell’albergo salutò il cameriere, avvicinandosi al portiere le chiese dove poteva trovare un ristorante a poco prezzo.

Torino era una bella città. Le vie poco frequentate, i negozi aperti affollati, il traffico a differenza di Milano era più scorrevole. Anna entrò in una piazza. Una grande fontana al centro di un’aiuola recintata vietata al passaggio dei pedoni, Anna si avvicina si appoggia sulla ringhiera e osserva le persone che le passano davanti. Un uomo in motorino si ferma accanto a lei, e con una scusa banale inizia a tempestarla di domande.

Alberto un giovane di 27 anni alto, distinto lavorava come rappresentante di biancheria intima sia per uomo sia per donna, simpatico dotato di una buona parlantina. Riuscì a fare breccia nel cuore triste di Anna.

Entrarono in un bar.

Si sedettero a un tavolino e ordinarono due caffè. Anna appoggiandosi con il gomito destro al tavolo, fissava il suo nuovo amico, dal lavoro interessante, stava parlando dei suoi clienti, delle strane richieste che gli facevano, ma anche di incontri piacevoli, con signore che provavano i suoi articoli davanti a lui.Anna rideva al pensiero non con poco imbarazzo. Divenne rossa in faccia, abbassò lo sguardo, con la mano nascose il leggero sorriso.

Il cameriere passò dal tavolino per ritirare le tazzine vuote, portando con sè due fette di crostata alle mele. Anna osservava ancora il viso di Alberto,ogni suo movimento, per riuscire a capire eventuali intenzioni, ma era troppo distratta dalla sua voce calda e profonda. Una coppia accanto al loro tavolo si stava scambiando tenere effusioni come due piccoli gatti, con il cuore che batteva forte forte per il grande amore, e rallentava per la pace che l’anima riusciva a raggiungere.

Fuori del bar si stava alzando il vento, il sole stava per essere oscurato dalle nuvole che diventavano sempre più minacciose.Incominciò a piovere.

Anna avvertì qualche brivido, aveva indosso solo una maglietta a maniche lunghe di cotone, Marco notò che Anna sentiva freddo e con gentilezza si levò la sua giacca e gliele avvolse attorno alle spalle.Adesso si sentiva meglio. Continuarono a parlare.

Era rilassata ascoltava senza mai stancarsi, tutto quello che Marco le diceva non l’annoiava anzi si interessava era quasi in estasi.

Finirono di mangiare la torta e marco chiese al cameriere che passò vicino al loro tavolo, che gli portasse una bottiglia di spumante.

Anna ne rimase piacevolmente sorpresa. Marco rivolgendosi ad anna”voglio fare un  brindisi”-“a che cosa “rispose anna-“al nostro primo incontro” gli disse marco.

Anna per pochi istanti dimenticò tutti i suoi dispiaceri. Brindarono al loro primo incontro.

 

 

Era primavera, nel giardino del casolare del nonno, gli alberi stavano fiorendo

Gli uccellini si divertivano a passare da un albero a un altro, altri invece si lavavano le ali nella piccola fontana fatta costruire da nonno augusto per la sua piccola nipotina Anna.

Non era tanto grande, ma c’era una statua da cui sgorgava l’acqua, raffigurava un bambino con le ali, ed in mano un fiore, una rosa. Era piena di pesciolini rossi che tenevano compagnia a due tartarughe, Anna si era affezionata tanto da scegliergli un nome, Agamennone e Paride.

Anna oltre alle due tartarughe, si divertiva con Poldo un cane di razza Dalmata.

 Il cortile della casa era grande e cosi poteva correre libera, con Poldo senza che nessuno gli disturbasse durante i giochi. Le rondini volavano sopra di loro, seguivano la loro corsa, correvano veloci tanto che le foglie di erba pizzicavano le gambe nude di Anna e il naso umido di Poldo.

Poldo continuò a correre, e Anna si fermò un attimo, decise di sdraiarsi nel campo a faccia in su. L'erba si appiattì, dall’alto si poteva vedere solo la forma di Anna sdraiata, e la scia che Poldo lasciava correndole intorno.

Il profumo dell’erba era forte, piacevole, Anna guardava il cielo, le nuvole che si spostavano soffiate via dal vento, formando figure strane, era un mondo diverso dal mondo di Anna, silenzioso pieno di pace, il paradiso.

Poldo abbaiò con la speranza che Anna si accorgesse di lui, ma niente poteva attirare in quel momento l’attenzione di Anna.

Due gocce di acqua caddero sul viso di Anna, stava iniziando a piovere, l’aria diventata afosa, faceva sudare, gli insetti scappavano alla ricerca di un riparo, un gruppo di formiche cercò rifugio sotto un ramoscello spezzato prima da Anna, gli uccellini cantavano con più intensità, lo stormo di rondini passò volando basso sopra i loro corpi, e il vento spostava le foglie creando, un suono dolce, era come se i pensieri di Anna fossero pizzicati da una suonatrice di arpa. Anna era sdraiata, sola in mezzo al campo, salutava con gli sguardi il suo cane, fermatosi a fissarla, stava scodinzolando la sua felicità.

 

 

Anna e Alberto uscirono dal bar. Aveva smesso di piovere. La piazza davanti a loro inizio ad affollarsi di persone che per via dell’ora di pranzo, erano quasi tutti alla ricerca di un bar o un ristorante dove poter mangiare.

Due passi per la città. Passarono vicino a una scuola per geometri,le cancellate alte, con spuntoni che neanche il piu esperto ladro sarebbe stato in grado di scavalcare. L’entrata stile anni quaranta,vecchie,lasciata andare, il tempo si era passato di li più velocemente che in altri posti.

Anna guardo con aria triste e malinconica l’entrata della scuola che tanto assomigliava alla suo vecchio liceo.

Anna aveva 13 anni. Arrivò davanti alla scuola accompagnata per mano dalla mamma. Era agitata ma la cosa che più la preoccupava era quello di dover fare nuove amicizie e di essere comandata da professori, non più da maestri……

Era una vecchia scuola di periferia scomoda per arrivarci e comoda solo per la facilità che si veniva promossi.

I muri esterni erano di colore arancione misti al grigio, tante finestre davano all’esterno, ma che accecavano per via delle tende di plastica che riflettevano il sole.

L’entrata faceva quasi paura, un grosso portone di ferro con pochi contorni di legno arrugginito, era aperto, pronto ad accogliere centinaia di ragazze che si preparavano a vagliare la soglia per un nuovo anno scolastico.

Anna entrò,salutando da lontano la mamma che la guardava con le lacrime agli occhi. Si salutarono.

Venne colpita all’ingresso nella scuola dal grande atrio che si mostrava davanti a sé. Era spaziosa e il passaggio al centro rimbombava formando un eco fastidioso.

Continuò a camminare seguendo la folla che si dirigeva verso la grande aula che ospitava tutti gli alunni del nuovo anno.

Cercò un posto dove sedersi. Si trovava in fondo nelle ultime file, e a malapena riusciva a sentire i professori che scandivano i nomi e le corrispettive aule che assegnavano. Fecero il suo nome. Si alzò pensando a quanti in quel momento la stessero fissando, come faceva lei quando veniva fatto il nome di altri. Seconda H piano primo.

Era agitata non sapeva cosa fare, quando una ragazza si avvicino a lei mentre si stavano avvicinando alla loro aula.”ciao come ti chiami, la solita domanda che si fa per cercare di attirare la propria attenzione, senza far trapelare nessun tipo di imbarazzo. Mi chiamo Anna e te come ti chiami le rispose Anna.

Anna aveva fatto amicizia, riuscì così a rompere il ghiaccio e a sentirsi meno imbranata.

Entrarono insieme in classe. Presero due banchi in fondo all’aula di fronte alla cartina geografica dell’Italia. Si sedettero, Anna incrociò le braccia aspettando qualcosa, un segno da parte del professore che stava aprendo il registro di classe.

Bene oggi ragazzi farete la mia conoscenza io sono il vostro professore di chimica, e mi chiamo Tordela, piacere di conoscervi. Era un bel professore, distinto, un’età compresa tra i 40 e 45 anni, vestiva molto sportivo; indossava una giacca di cotone, una camicia bianca slacciata con il colletto che copriva il bavero della giacca, un paio di jeans, e ai piedi due scarpe da tennis bianche, probabilmente comprate da poco.

Anna era tranquilla.

Il suo primo giorno di scuola alle superiori non fu poi così traumatico come pensava, anzi si era divertita, e si era trovata bene anche con gli altri compagni, in maggioranza femminile.

Alberto guardava Anna, sembrava distante.

Anna, Anna, Alberto la chiamò un paio di volte, cercando di attirare la sua attenzione, ma era troppo impegnata ad ascoltare i suoi ricordi. Era cosi si staccava dalla realtà, si abbandonava totalmente ai ricordi, riuscendo a trasformare la sua realtà in una non realtà. Tutto per lei, quando ricordava era bello, non aveva problemi, finché la vera realtà non riappariva nella sua mente.

Alberto riuscì a svegliarla da quello stato apparente di trance mentale.

Anna disse:” scusami ma ero totalmente immersa nei miei pensieri che….

Anna era scocciata era come se fosse stata svegliata dal suo bel sogno

Ripresero a camminare, lasciarono la scuola e con essa i ricordi di Anna.

Presero una via stretta poco frequentata.

Il caldo stava diventando insopportabile, ma piacevole al contatto con la pelle, sentirne il suo tocco leggero, e con l’aria che ogni tanto soffiava fresche ventate sl viso, agitando anche i capelli, come una bandiera issata su un grande veliero, che senza il vento morirebbe ancor prima di nascere.

Anna si passò le mani tra i capelli, per fermarne il movimento disordinato, provocatole dal vento, fece un sorriso, e fissò le sue scarpe passo dopo passo, cercando di copiare l’andatura di Alberto che proseguiva accanto a lei. Alberto se ne accorse e tutti e due scoppiarono in una dolce risata, erano due qualsiasi ragazzi che marciavamo a passo uguale per le vie di Torino. Passarono due negozi che per coprire la luce accecante del sole, stavano abbassando le tende; assomigliavano all’entrata di un circo, pronto ad accogliere gli spettatori…

La vita un circo eterno, dove tutti gli spettatori, pagano per sorridere, e se non gli piace ridere, il biglietto non te lo rimborsano. Anna amava ridere ma pagherebbe per un sorriso.

Dal fondo della via intravidero due bambini che seguivano i passi di una donna, la loro mamma. La camminata della donna era affaticata

dalla fatica di dovere portare due borse della spesa e allo stesso tempo controllare i due bambini. Dalle buste di plastica trasparente si intravedeva quello che aveva acquistato. In una busta c’erano un paio di scatole di prodotti surgelati, una confezione di carta igienica, vari vasetti di passato di pomodoro, e due bottiglie di aranciata; nell’altro sacchetto pieno di frutta e verdura si notavano per le spine appuntite, dei carciofi.

Anna e Alberto incrociarono la donna e i due bambini, di circa 12 anni, un maschio e una femmina, con i capelli corti, biondi due bei bambini. Uno dei due, il maschio appena vide Anna si mise a ridere ,e rivolgendosi verso la sorella, anche essa inizio a ridere. Si allontanarono, quando Anna stava per dirgli qualcosa.

Ci era rimasta male per quell’incontro cosi breve ma cosi fastidioso per il carattere molto permaloso. Iniziò a tempestarsi di domande. Perché si sono messi a ridere cosa ho che non va, forse ho un viso buffo che fa venire voglia di ridere, o peggio ancora il mio aspetto……Si scrollò le spalle e rise anche Anna.

Proseguirono la loro passeggiata segnata brevemente dal loro breve incontro.

Passarono di fronte a un centro di bellezza, e Anna volle fermarsi per confrontare e per curiosità i prezzi che applicavano sulle lampade facciali. Costava molto meno a differenza del centro che frequentava a Milano. Decise di dare un'altra occhiata da più vicino e notò una scritta CENTRO TATUATORI.

Era sera Anna e Daniela, stavano festeggiando la promozione all’esame di ammissione del corso per interpreti. Erano in compagnia di due ragazzi conosciuti alla fiera di Milano dei tatuaggi.    

Una fresca serata l’aria muoveva le zanzariere mal fissate alle finestre, ospitando le zanzare pronte per il loro banchetto.

Si trovavano a casa di Daniela, una cugina acquisita nata da una breve relazione con lo zio di Anna, Michele.

Daniela era una ragazza carina alta, snella, praticava molto sport come Anna ,e passavano molte serate in piscina, più per spettegolare che per nuotare. Era più piccola di Anna ma dimostrava una gran maturità quando stava con ragazzi più grandi di lei. Castana di capelli, ricci ,un po’ mossi, ogni tanto come Anna si tingeva i capelli per cambiare aspetto, un viso pulito, il taglio degli occhi era piccolo ma espressivo, le labbra carnose sempre truccate forse anche troppo di rossetto colore fucsia, il naso bello con un piccolo orecchino con un brillante, gli orecchini erano una sua mania, ne portava dieci ben divisi sulle due orecchie, e infine una grande passione di Daniela erano i tatuaggi. Ne aveva cinque ben distribuiti. Uno sulla schiena, un cavallo alato , sulla spalla un tribale ,sulla caviglia una rosa rossa, sul seno una farfalla, e sulla natica destra una mezza luna. Questa sua passione riuscì a coinvolgere anche Anna.

Passarono una bella serata, niente di particolare ma si divertirono. I due ragazzi erano molto simpatici e gentili come tutti al primo incontro…

Ad Anna  piaceva in particolare, Sergio un ragazzo alto dai  capelli brizzolati, occhi chiari un bel fisico spalle larghe.

Sergio aveva uno studio privato di tatto e per passione si portava a presso gli arnesi del lavoro.

“Anna perché non ti fai un tauaggio, Sergio è davvero bravo”, le disse Daniela.

Anna non era molto convita ma si fece coinvolgere dalla serata dal momento,non doveva e non poteva fare quella che aveva paura di un tatuaggio, e poi non farsi vedere da Sergio una fifona.

Anna si decise,e accettò con non pochi dubbi…

Sergio disse:” Anna vado in macchina a prendere tutto l’occorrente(Sergio portava con sé una valigia nera fatta apposta per i tatuatori).

Ritornò dopo pochi minuti con la valigia in una mano e nell’altra una manciata di riviste, cartellette, contenenti figure, disegni, foto di ogni tipo e modello di tatuaggi.

Anna era tesa ma curiosa di provare una nuova esperienza, aveva paura.

Ci mise un’ora per scegliere il tatuaggio che più le piaceva, aveva scelto un simbolo cinese, raffigurava la calma e la grandezza di spirito.

Sergio iniziò, preparò la macchinetta per i tatuaggi, scelse l’ago più sottile, prese  la boccetta di colore nero, il vasetto di crema, e il disinfettante.

Sergio dopo avere ricalcato il tatuaggio e dopo averlo provato sulla spalla di Anna, inserì l’ago nella macchinetta.

Sergio disse ad Anna: “Adesso iniziamo se ti fa male non ti preoccupare il tuo tatuaggio non durerà più di 10 minuti perciò cerca di avere pazienza.

Sergio era bravo non sentiva tanto male anzi ogni tanto provare dei brividi strani anche piacevoli, ma c’erano dei punti che sembrava quasi che le stessero tagliando la pelle, stava soffrendo era arrivata la parte più brutta. Sergio aveva trovato una parte del corpo di Anna molto sensibile e difficile da riempire la zona con il colore. Anna iniziò quasi a sentirsi male diventò pallida in viso stava sudando freddo, aveva paura. Sergio si fermò. Daniela si stava agitando nel vedere Anna in quello stato, ma Maurizio l’altro amico andò in cucina e prese un bicchiere d'acqua, aggiungendovi un po’ di zucchero. Per fortuna tutto passò, Anna si riprese era stato solo un attimo uno stato di eccessiva agitazione, dovuta anche dalla sua eterna paura di star male per ogni piccola cosa che le accadesse, Anna doveva sempre avere tutto sotto controllo e quando non ci riusciva, si agitava.

Anna aveva un tatuaggio sulla spalla, e soprattutto un nuovo ragazzo,Sergio.

 

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Il tempo passava in fretta in compagnia di Alberto, troppo in fretta.

Anna aveva voglia di fare qualcosa di diverso che potesse distrarle la mente sempre pensierosa e diffidente dei suoi pensieri, a volte troppo sinceri.

Con una scusa banale lasciò Alberto solo a passeggiare per le vie di Torino.

Mentre Anna camminava ascoltava i rumori fastidiosi del traffico caotico, tante macchine in coda tutte diverse ognuna dal colore più o meno bello, ma tutti in coda in attesa che il semaforo impartisse gli ordini…al momento di partire c’era sempre qualcuno a cui si spegneva la macchina chi grattava le marce e a chi gli si spegneva l’auto, era uno spettacolo degno dello stress che provavano le persone al volante dei loro mezzi. era strano ma Anna guardava divertita le persone al volante, avevano lo sguardo fisso in avanti come se fosse perso nel vuoto, ma solo in attesa che scattasse il verde.

Anna a Milano aveva provato tante volte quella sensazione di non potere e di attesa spasmodica agli incroci in compagnia solo dei marocchini o chi altro che le lavavano i vetri.

Continuò a camminare per più di un’ora senza meta, o meglio aveva deciso di ritornarsene in albergo, ma preferì andare in giro distraendosi e camminando per le vie di una città dove nessuna l’avrebbe disturbata.

Riprese a piovere ma con poca intensità ma le gocce erano piccole pesanti, come il ricordo del dolore di Anna.

Anna adesso si sentiva sola di nuovo, senza nessuno, si pentì del fatto che aveva da poco mandato via la sua unica compagnia, Alberto. ma senza farne una tragedia, come era suo solito fare.

Spiragli di sole tra le nuvole non si vedevano anzi il cielo stava diventando sempre più scuro. Ad Anna le venne in mente Alberto lasciato cosi senza una spiegazione, almeno poteva farsi lasciare il suo numero di telefono, cosi in un qualsiasi momento avrebbe potuto chiamarlo.

Si sentiva stupida Anna stava respingendo ogni forma di contatto affettivo, eppure ad Anna Alberto le piaceva ma aveva paura ,e poi non voleva usare Alberto per scacciare il dolore della morte di suo nonno. Forse domani forse la vita sarà migliore e mi ritornerà il sorriso, pensò Anna.

L’acqua batteva sull’asfalto reso lucido dalla pioggia le pozzanghere si imbiancavano di bollicine ad ogni passaggio delle auto sempre di corsa, lasciando aloni di chiazze d'olio.

Anna guardava le pozzanghere e pensava alle sue mani che iniziavano a diventare vecchie le rughe pieghettate quando stringeva le mani, gli anelli d'oro luminosi nelle dita portati come segno di ringraziamento e di rispettoso ricordo dei suoi uomini, e dei suoi anni migliori, apri il palmo della mano vide i segni della sua anima e  i suoi misteriosi stati d'animo disegnati come un quadro stava sognando ad occhi aperti ma senza il respiro reale della sua vita reale. Anna si stava ancora distaccando dalla realtà. Pioveva ancora ma Anna sola sotto un tendone di un ristorante chiuso, cercava riparo dalle gocce fastidiose che finivano la loro corsa sul davanzale  dei vasi in fiore e dagli schizzi delle auto di passaggio. La pioggia si calmò. Qualche raggio di sole si faceva largo tra le nuvole. Anna riprese a camminare a testa bassa senza guardare in faccia le persone che incontrava ma seguiva solo i movimenti delle sue scarpe e dei lacci che lanciavano piccole goccioline d'acqua .

Anna passò una decina di negozi ancora chiusi forse per via del brutto tempo penso Anna, o per l’orario ancora di pausa. Il tempo non era bellissimo la poca gente che girava per le vie era o stava scappando dal brutto tempo in cerca di un bar dove ristorarsi, e di riprendersi dalle fatiche del lavoro. Anna camminava sola come sempre ma era lei che voleva questa solitudine o almeno si illudeva che questo le facesse bene.

Non era vero per niente Anna ci stava male. Anna dopo avere camminato per una decina di minuti si trovò di fronte a un ponte. Era mal costruito di recente costruzione, senza nessuna tipo di decorazione, un ponte triste non c’erano neanche i lampioni, delle panchine dove riposarsi o dove posare il proprio cuore alla persona amata, era una desolazione totale ,Anna era sola con un ponte dalle ringhiere arrugginite o mal dipinte, solo il vento sui capelli e il cielo grigio le stavano tenendo compagnia. Anna si avvicinò al parapetto del ponte e appoggiandosi con le mani  guardò giù dal ponte, il fiume che scorreva veloce portando via ogni cosa, anche i pensieri felici di Anna. Il fiume le stava parlando.

Anna frugo nella sua borsetta alla ricerca di una cicca da masticare, per calmare il nervoso della sua solitudine.

Nessuno dei passanti sembrava interessato ad Anna e a quello che aveva in mente di fare……..

Un cane e il suo “accompagnatore” stavano passando davanti ad Anna.

L’uomo (l’accompagnatore) era vecchio troppo vecchio per essere ancora vivo, a mala pena si reggeva in piedi; indossava degli abiti vecchi e consumati, il suo viso sprigionava solo indifferenza verso la vita, come se attendesse con ansia il giorno della sua morte, l’aspettava a braccia aperte ;ingobbito camminava dondolandosi avanti e indietro con la testa, era perché aveva bevuto o per via di una malattia che lo stava distruggendo  lentamente….

Si stava alzando un po’ di vento e l’uomo con la mano impedì al suo cappello di volar via, un bel cappello era l’unica cosa triste che non aveva, verde poco consumato portato con cura rispetto al resto dei suoi vestiti probabilmente gli era stato regalato e perciò doveva tenerci.

Il cane era  vecchio  era la  copia perfetta del suo padrone, mal nutrito malato anche lui forse, aveva poco pelo e quel poco che aveva lasciava capire il suo stato infelice, la coda nascosta, per il freddo o  per la paura della mano cattiva del mondo pronto a colpirlo, e mettere fine alla sua sofferenza, tra le zampe  magrissime, era sicuramente ammalato il muso strisciava per terra forse alla ricerca di qualche briciola di pane lasciata cadere non per gentilezza ma per disattenzione da un passante  gustandosi  spensierato il suo panino, aveva i baffi bianchi e quei pochi rimasti erano tagliati a meta. Quel cane e il suo padrone incuriosirono i pensieri di Anna. Troppi ricordi, a volte inventati confondono la realtà.

L’uomo e il suo cane era solo frutto di una tenera e triste immagine creata da Anna, era solo una figura disegnata sulla base di una statua, forse era stato disegnato da un passante che passeggiava con il suo cane, o da un vecchio triste solo come un cane, o da un ragazzo in cerca di uno sfogo artistico. Quante cose poteva raffigurare quel disegno consumato lentamente anche lui dal tempo.

Il sole a sprazzi stava scaldando le braccia di Anna, che iniziò a sudare dietro al collo, una cosa che non sopportava affatto, a volte le creava imbarazzo. Passo la mano dietro al collo per tirare via le goccioline che correvano impazzite per fermarsi contro il ciondolo a forma di giraffa della catenina. Infastidita dal caldo umido prese il suo paio di occhiali dalla borsa per nascondere gli occhi stanchi dalla luce opaca del sole. Continuava a pensare, facendo due passi andò via dal ponte per evitare qualsiasi tipo di idea strana, aveva paura come al solito o forse di più, Anna voleva farla finita, voleva morire. Il vento  continuava inesorabilmente a spostare le nuvole, rendendo il cielo di un bel colore blu-azzurro intenso, l’aria era più fresca, l’asfalto che si asciugava dall’umido, emanava un forte odore, ma  piacevolmente caldo come i profumi dell’infanzia. La vita dovrebbe essere sempre cosi limpida e azzurra come il cielo svuotato nel cuore di Anna.

Si sentiva sola e sconsolata come spesso le capitava, si guardava intorno alla ricerca di qualcosa, un ricordo allegro, un viso sorridente di un  bambino,un bambino lo desiderava tanto più che avere un marito.

Ma niente  e nessuno poteva risollevare il suo triste animo anzi piu ci pensava e più aveva paura, della vita, la sua. Anna riprese la passeggiata allontanandosi dal ponte.

Mentre camminava scuoteva la testa ripetendosi, non e possibile, tutte le volte mi devo ridurre in questo stato ,riuscirò mai a venirne fuori?

Eterna illusione, o speranza tradita, quando la vita le sembrava risorriderle.

Ad un tratto Anna avvertì un forte mal di testa, e per calmarsi si sedette sul bordo del marciapiede. Un forte mal di testa, seguito da una fitta che non smetteva di torturala, Anna per il dolore chiuse forte gli occhi e strinse con le mani le ginocchia. Il dolore passò una lacrima usci dagli occhi strizzata dal dolore.

Osservo con il tatto il tragitto della sua lacrima fino a che cadde per spiaccicarsi sull’asfalto. Lasciò la presa delle mani sulle ginocchia e infilzo con rabbia il gomito  sulla coscia tanto da farle male, uso il gomito come sostegno per la sua testa che dava piccoli segni di cedimento, si piego su di un lato.

Stava sorridendo forse per il sollievo momentaneo che l’aria fresca soffiava dietro al collo nudo di Anna, il suo sguardo intanto si stava ribaltando insieme a un giornale impazzito, nelle mani incontrollate del vento forse si poteva fermare ,ma il tempo non ti lascia istanti liberi per pensare e di riposare i tristi pensieri vuoti di quell’amore solo assaggiato per un istante.

Anna cerco di rialzarsi ma le gambe e deboli affaticate da tanto stress ma si sentiva già meglio .Un paio di passi una sistemata ai capelli e via, chissà dove ,forse in partenza per un'altra piccola avventura……

Nessuno ebbe modo di osservare la scena strano penso Anna nessuno mi ha visto che stavo quasi per svenire.

Invece no un uomo dall’aspetto strano aveva osservato tutta la scena. Era appoggiato a una saracinesca chiusa per ferie di una macelleria Era alto molto magro il suo viso senza espressione alcuna era fissa non lasciava intravedere nessun tipo di smorfia un espressione niente. Un uomo misterioso aveva osservato Anna ma senza intervenire.

Anna riperse i sensi crollando senza forze sulla strada.

Passo un taxi vicino ad Anna e si fermo. L’autista di corsa senza spegnere la macchina si precipitò verso Anna e  chinandosi la prese per un braccio e  la sollevò accompagnandola nell’auto. Passarono pochi minuti il tassista fece per mettere in moto l’auto quando Anna spaventata grido all’autista. Ma cosa sta facendo mi lasci andare chi le ha chiesto aiuto ma come si permette. Mi scusi gli rispose credevo che stesse male e allora…….

Mi scusi disse Anna e apri la porta dell’auto e vi scese.

Il povero tassista non disse più niente ci era rimasto male o meglio sorpreso da quella reazione tanto strana e incontrollata di una donna sola e bisognosa di aiuto.

Anna ritornò in albergo a piedi, incrociando gli sguardi delle persone forse incuriosite da quel suo aspetto che dava nell’occhio, o anche per l’aria triste del suo viso. Una bancarella sola sul lato di un marciapiede riempiva di profumi la via che Anna stava percorrendo vi si fermo un istante e chiese al proprietario un ragazzo di appena 16 anni quanto costava una confezione di bastoncini di liquirizia. Costano 10.000 signorina

 

Anna vai con il nonno stamattina a fare la spesa disse la nonna dai che e tardi

Il tempo passa in fretta e non puoi aspettare i tuoi sbadigli su sbrigati vestiti.

Si svegliò male svogliata le gambe stanche gli occhi ancora gonfi di sogni non ancora svaniti del tutto.

Il sole primaverile delle 10 di mattina passava appena tra le persiane della camera di Anna facendo luce sul viso ancora addormentato. Una camera da letto piccola comoda per una persona un mobile bianco, una poltrona in pelle marrone con su appoggiata una bambola dal sorriso eterno e dai capelli rossi come il vestitino che portava, uno specchio a parete grande comodo per specchiarsi e capace di farti notare anche il più piccolo difetto, un paio di quadri infine riempivano le due pareti bianche un po’ annerite negli angoli bui della stanza.

Due donne seminude che facevano la doccia all’interno di una caverna poco illuminata, sorridevano ,forse consapevoli che qualcuno le avrebbe osservate cogliendo la loro bellezza,  splendente nei loro occhi troppo azzurri e sui capelli castani bagnati dall’acqua e su quel corpo infinito dai seni nudi e dalle gambe nascoste dalle loro mani innocenti. Era il quadro che Anna amava di più, tutte le mattina le faceva compagnia al suo risveglio uno sguardo alle sue amiche che vegliavano il sonno di Anna.

Anna allora vieni giù dal letto o no! Tuo nonno è di la che ti aspetta e se non ti muovi sai come è fatto prende e se ne va, perciò sbrigati.

Un paesino tranquillo poco abitato si affollava perlopiù solo in Estate di turisti era caratterizzato dalle lunghe passeggiate che costeggiavano il lungo mare, era il paese natale di uno zio alla lontana del nonno di Anna.

Anna allora hai finito di sistemarti??? Si nonna ho finito di pure al nonno che arrivo e se vuole può aspettare giù.

Scese dalle scale indossando  un bel vestitino regalatole dai nonni il Natale precedente. Nonno eccomi andiamo sei pronto? Anna con quella sua faccina tenera non riusciva mai a fare arrabbiare il nonno.

Dai andiamo, era ora, rispose il nonno.

Passeggiarono per 10 minuti finche non si fermarono accanto al muro di cinta di un vecchio caseggiato. Il nonno di Anna allungo il braccio per strappare un pezzo di legno dalla  pianta che cresceva lungo il muro. Vedi Anna con questo ramoscello scarico il nervoso e mi rilasso masticandolo.

Un metodo rilassante cosi Anna aveva imparato  dal nonno, riusciva a calmarsi quando era nervosa, spaventata e sola.

Apri la confezione  e ne tiro fuori un bastoncino il più grande e mentre se lo portava alla bocca, una lacrima le scese dal viso.

Stava mordendo quel rametto di liquirizia con dolcezza, chiudendo gli occhi lentamente a ogni suo morso, per poi lasciarsi andare ai suoi ricordi i più belli, quelli che la rilassavano. Rimase cosi per alcuni minuti fino a che una mano le si appoggio sulla spalla destra.

Signorina chiamo una voce femminile. Era una ragazza giovane, la sua voce tremante, gli occhi dallo sguardo strano erano spaventati, sembravano alla cerca di qualcosa, un qualcosa che non esisteva nella realtà normale, delle persone normali.

Portava i capelli lunghi bellissimi, biondi

Gli occhi come già detto oltre allo sguardo erano di colore marrone, il viso delicato, i suoi lineamenti puliti, dalla pelle liscia, dolce, senza la benché minima imperfezione, il tutto era condito da un ironico sorriso, malinconico e triste, dovuto a quella sua stranezza che Anna noto subito con un certo imbarazzo.

Levò la sua mano dalla spalla di Anna e  gurdandole la mano, le disse, ma cosa fai in giro da queste parti con un legnetto tutto masticato che tieni tra le mani? Anna al momento presa dal suo istinto a volte diffidente, volle risponderle…sono c…miei che te ne importa e poi ti sembra il caso di rivolgerti cosi a una persona che non conosci neanche e che potrebbe essere tua madre!!! ma nessuno ti ha insegnato l’educazione??? nessuno vero…..

Ma prima di dirle questo la bambina abbasso gli occhi come se avesse intuito cosa Anna le stava per dire, e mettendosi le mani in faccia, iniziò a piangere. Mishia questo era il suo nome una bambina, un nome russo anche se da maschio datole dai genitori poi morti in un incidente ferroviario, aveva 16 anni era in Italia da 4 era stata adottata momentaneamente da una famiglia francese che per problemi finanziari furono costretti a ri abbandonarla in un centro per bambini con problemi mentali, non un manicomio ma una specie di clinica per bambini che soffrivano di turbe psichiche. Mishia soffriva di attacchi epilettici e di doppia personalità.

Anna ripete mischia quanto ne hai ancora sei forse morta.

No non sono ancor morta ma lo vorrei e non sai quante volte che ci ho pensato a farla veramente finita ma sai a volte e più forte l’istinto di sopravvivenza, purtroppo.

Ma cosa diavolo stai dicendo ma ti senti bene Anna, o forse è la fame che ti fa parlare cosi a sproposito?

No scusami hai ragione, altri dieci minuti, mi taglio le vene e sono subito da te. Anna sorrise.

Anna apri il rubinetto del lavabo, l’acqua fredda usci con tanta rapidità da schizzargli sulle gambe nude e adesso bagnate, infreddolite da un piacevole brivido; con lo sguardo intanto osservava divertita le gocce attaccate alla pelle immobili come se incollate, le levò via con la mano destra mentre cercava con l’altra di regolare il getto del rubinetto. Portò insieme le mani sotto l’acqua che scorreva, riempiendole e con delicatezza le porto sul viso, una sensazione improvvisa di calma, rilasso per un istante il suo vero spirito, nascosta da chissà quanto tempo. Anna chiuse gli occhi, mentre l’acqua fluiva dalle mani e scendeva lungo la faccia.

Milioni di goccioline esplosero contro il suo volto, impazzite, verso ogni direzione tra i capelli lungo il collo, sul seno, sui gomiti, un po’ dappertutto, insomma si lavò con eccessiva veemenza.

Ora sto meglio disse Anna, osservando il lago d’acqua che c’era per terra, e lungo i bordi del lavandino.

Anna pero non smetteva di pensare. Sono qui mezza nuda, e continuo a guardarmi a pensare, che rottura. Questa è la mia malattia pensare troppo, la sua mente era troppo sana per essere una persona normale.

Anna si rivesti ben sapendo che questo suo modo di fare non sarebbe mai cambiato anzi forse con il tempo magari sarebbe peggiorato, e chi lo sa chi può dirlo, cosa la vita ci riserva, cosa.

Rindossò i vestiti di prima, non avevano cattivo odore, e pensò di riutilizzarli, tanto nessuno si sarebbe accorto.

Sono tanto stanca ho le braccia pesanti e le gambe molli, non è che ho qualcosa di strano?, saranno le mie solite paure? Ho tanta paura della vita ed a volte non so neanche il perché.

Anna disse Mishia cosa fai parli da sola nel bagno?

Mischia era entrata in bagno vedendo la porta appena socchiusa lasciata da Anna.

Mah cosa fai disse Anna

Scusami non volevo entrare e che ho visto la porta aperta e…, non credevo ci fosse qualcuno.

E dove credevi che fossi, forse a fare un giro? E poi non mi avevi chiesto se stavo parlando con qualcuno?

Anna rispose a Mishia con troppa durezza, era nervosa ma doveva smetterla, ogni volta che qualcuno invadeva la sua piccola e fragile intimità rispondeva aggredendo le persone, che la trovavano nel suo momento peggiore, cioè se stessa.

Scusami mishia non so ,non volevo, lo sai….Anna non sapeva cosa dire ma bastò quel tanto da fare tornare a mishia un piccolo sorriso di comprensione verso Anna.

Mischia uscì dal bagno e andò a sdraiarsi sul divano, lasciando Anna nel bagno.

Passarono un paio d’ore .Mishia si alzò. Era tranquilla aveva riposato un po’, i pensieri della sua vita passata se ne erano andati, lasciando il posto ad un immenso appetito.

Questo era un buon segno. Mishia era più tranquilla quello che aveva passato poco tempo prima era quasi un ricordo, i suoi amici o presunti che aveva lasciato nel suo “Albergo”, non le mancavano, anzi iniziava a dimenticarne il nome, meglio cosi, la sua mente iniziava a cancellare i ricordi che potevano legarle a tristi e brutti ricordi della sua vita passata.

Avrà finito Anna nel bagno. Mishia busso alla porta. Anna non c’era o meglio c’era si qualcosa, un disordine inverosimile.

Per terra era tutto bagnato asciugamani spiegazzati in qualche modo, lo specchio con ancora qualche goccia impigliata nella     ,il sapone appoggiato sulla vasca, il tappo dello shampoo lasciato sulla mensola accanto ai fiori, il tubetto del dentifricio torturato fino a sembrare una ciambella con il buco, il tappino dello spazzolino sistemato sul bordo della vasca, sembrava un campo di battaglia. Mishia penso ma l’avrà fatto a posta!!! Non c’è nessuno motivo per essere cosi disordinati e già tanto che non mi ha lasciato le sue mutande in giro, e peggio che non ha tirato l’acqua del water.

Mischia fece un po’ di ordine per ridare al bagno un aspetto migliore.

Era tardi ,avrebbero dovuto essere già scese per il pranzo ma che importanza aveva, tanto erano li solo per rilassarsi e non per mangiare.

La luce del sole picchiava sulla finestra della sala ,andando a rendere più viva una parte del bracciolo del divano , uno spettacolo per chi come Anna amava le cose semplici facendo si che la fantasia si liberasse, e via volare verso altri mondi altri paesaggi, ballare con i sogni tenerli stretti solo per se stessa, nessuno poteva rubargleli , nessuno. Anna era sul davanzale della finestra seduta con le gambe a penzoloni, incrociate su se stesse, dondolandole avanti in dietro picchiandole sul muro, dando le spalle alla strada.

Mishia dove sei hai dormito bene vero?Ma mi senti? Anna sentiva solo l'acqua che si gettava nella vasca.

Anna riprese a dondolare con le gambe.cese.Si avvicinò al divano e come piaceva a lei, nei suoi strani attimi,picchiò con violenza l’area scaldata dal sole. Un colpo secco, un tonfo, un brutto tonfo, come un uomo che cade dal 7 piano, un rumore troppo triste e malinconico,  indefinibile penso Anna.

Dopo quel colpo come per incanto si era passati dalla tristezza all’euforia, si sollevarono un enormità di piccole particelle di polvere, rese ancor più belle dai raggi del sole, erano tante, ma tutte in una zona ben determinata, come se attratte dal caldo della luce.

Anna vi passo la mano con delicatezza accarezzando l’aria, spostando la povere che si era alzata, dandole la forma più bella, come nuvole in cielo che si spostano con il vento, Anna adesso soffiava e si divertiva, con le sue nuvole di polvere. Questo era il cielo di Anna, polvere di nuvole.

Era rilassata ma tutto come il resto non poteva durare un’eternità. La polvere aveva finito di giocare con l’aria spostata da Anna, adesso c’era solo il raggio di sole che piano piano si stava spostando sul pavimento. Il gioco era finito.

Mishia usci dal bagno e aveva osservato per un istante Anna e il suo viso divertito.

Ma cosa stavi facendo

Niente mi stavo solo divertendo, giocavo con le mie nuvole di polvere

Posso giocarci anche io, disse mishia

Un giorno forse ti insegnerò a giocare con la fantasia, sai e un bel gioco, vinci sempre, e ricominci quando vuoi.

Mishia ritorno in bagno.

Anna si sedette sul divano, iniziò a pensare. Bella anzi e strana la vita sono qui rilassata i pensieri, quelli brutti, sono in questo momento da un'altra parte, e senza chiedere disturbo, entreranno nella mia tranquillità.

Prese il telecomando appoggiato sul tavolino di legno davanti a lei.

Cerco qualcosa di bello da potere guardare, ma come prima non c’era niente che potesse interessarle.

Non trovo niente di interessante.

Nonostante tutto il tempo che Anna aveva passato in bagno non era ancora del tutto vestita.

Prese le calze

 

 

Nell’attimo della vestizione, Anna aveva lasciato la ricerca automatica dei canali a pagamento, che si sintonizzassero quando trovavano un canale libero,senti dei gemiti di piacere, forti, un poco fastidiosi, ma che in quel momento, risvegliarono strane idee, nella sua mente invecchiata troppo in fretta, ripresosi dall’ascoltare quei piacevoli suoni,  giro il volto verso la tele e ….O mio dio cosa sto vedendo, a quest’ora danno questi film, film vietati anzi vietatissimi, ma cosa stanno facendo, ma li sul divano, in ascensore, dappertutto ,non ci posso credere….Anna era piacevolmente scossa. Con un gesto fulmineo, dopo avere osservato con un po’ di imbarazzo scene a dir poco al limiti della decenza, afferrò il telecomando e spense immediatamente il televisore.

Pero disse Anna, mi ha letteralmente sorpreso, saranno anche attori pagati ma come fanno a fare certe cose, e come fanno a fingere, beati loro pero  fanno qualcosa che sicuramente gli piace e sono pagati anche tanto. Il pensiero andò poi a Mishia e si augurò che niente avesse sentito.

Si passo la mano sinistra dietro al collo, accarezzandolo con movimenti diretti dall’alto verso il basso, quasi a sfiorarlo, piego la  testa all’indietro e poi  verso il basso in avanti, e con un cenno della testa dicendo di no penso ma non e possibile quasi quasi accendo la tele e chi se ne frega mi guardo un bel film e che film, al diavolo l’ipocrisia. Anna odiava l’ipocrisia delle persone, lei forse era la prima ad esserlo, fare la schizzinosa di fronte a certe cose, che poi se ci pensi bene sono cose quasi naturali, ma forse e per quel quasi che sono film solo per un  pubblico adulto, ma fare gli schizzinosi di fronte a certe cose e dopo fare cose peggiori, come l’amico di Anna che amico…pestava la moglie solo perché non gli preparava un cena degna al marito stanco che tornava alla sera tardi dal lavoro, ma la cosa peggiore ed era questo che Anna non accettava ,che Mario questo era il nome del suo amico, criticava e giudicava le scene Hard vomitose e troppo spinte. Mario per la cronaca ha divorziato dopo tre mesi da sua moglie, cioè la moglie ha chiesto il divorzio. Adesso Mario vive solo in monolocale a Segrate , solo come un cane, e alla sera mangia sofficini al formaggio mal cotti. Anna non lo sopportava, bisogna essere onesti con se stessi perché rifiutare cose che fanno parte della nostra natura umana, e vero dice Anna ,a volte sono cose che portano alla sofferenza e che ti portano anche a perdere persone a cui vuoi bene, ma e giusto cosi. Anna era cosi, triste, felice, critica nei suoi confronti, e molto instabile mentalmente, ma la cosa più bella non era per niente cattiva, non sapeva minimamente odiare, la sua era solo rabbia.

Anna accese la tele e piacevolmente osservo scene che avrebbe voluto tanto mettere in pratica con un uomo. Gli mancava un uomo. Avrebbe tanto desiderato avere al posto di Mischia di la nel bagno un bell’uomo da……..

La vita reale è un'altra cosa, non è cosi semplice penso Anna ad alta voce. Spense la televisione, vergognandosi un po’.

Anna io ho finito in bagno, non e che hai una maglietta da prestarmi, da potere stare comoda, disse Mishia.

Scusa hai detto qualcosa

Si mi presteresti qualcosa da mettere di pulito.

Hai ragione dopo tutto….

Anna poso il telecomando della televisione che gli era ancora rimasto tra le mani, lo riposò sul tavolino di legno. Alzandosi andò verso la camera da letto dove c’erano i suoi abiti, rovisto tra i vestiti in cerca di qualcosa che potesse stare bene a Mishia. Non trovo niente.Mishia dopotutto era una bambina di 14 anni.Uscì dalla stanza. Andò in sala e si diresse verso il telefono. Prese la cornetta, la sollevò. Compose il numero del centralino, che era segnato a grandi caratteri su un cartoncino azzurro, attaccato sul lato della cornetta, seguito da altri numeri che potevano servire. Compose il numero.

Pronto centralino mi dica, rispose una voce di un ragazzo giovane

Mi scusi qui e la camera…Ma prima che Anna potesse dire il numero il ragazzo dall'altra parte del ricevitore disse, siete della camera numero 18, la più bella dell’albergo, come faccio a dimenticare che vi e ospitato e poi signorina sul mio display compare il numero della stanza che mi sta chiamando, lo facciamo per le ordinazioni…….Va bene rispose Anna.

Senta avrei bisogno dei vestiti, voi nell’albergo avete per caso un boutique?  Aperta possibilmente.

Certo, signorina anche se la Boutique fosse chiusa per lei questo ed altro, con gli omaggi dell’albergo.

Posso pagarmeli disse Anna. Anna aveva male interpretato quella frase. Seccamente lo ripete, posso pagare.

Lo so signorina ma la sua amica mi ha lasciato ordini precisi, e niente e nessuno può contraddirli, deve capire io eseguo solo degli ordini, cerchi di capirmi.

D’accordo disse Anna, posso scendere anche subito, 5 minuti e sono da lei, e…grazie.

Anna lascio Mishia sola in una stanza d’albergo la numero 18 la più bella.

Usci dalla stanza. La chiuse dietro di se a chiave con il budget, e fisso alla maniglia il cartoncino rosso con su scritto DO NOT DISURB.

Mishia intanto stava aspettando ancora una risposta di Anna. Allora hai o non hai qualcosa da prestarmi? Anna dove sei? Anna……

Mishia era ancora chiusa in bagno. Si guardava intorno a se e non riusciva ancora ad immaginarsi finalmente libera, e calma soprattutto.

Termino di lavarsi prese un asciugamano azzurro e se lo passo sul viso umido e sgocciolante d’acqua fresca, alcune si perdevano e cadevano sul bordo del lavandino, era profumato rimase per alcuni secondi ad annusare quel buon odore di fresco e di pulito che l’asciugamano emanava nell’aria, erano sensazioni che da tanto non provava.

Svegli Sveglia Ripeteva con insistenza e con fastidio la capo sala di Mishia.

Su sveglia pelandroni svelti andate a lavarvi che puzzate come delle mucche in cinta. Era la signora Marta, chiamate affettuosamente Morte, era la capo sala una donna di 45 anni infermiera mancata dottoressa per 3 esami, non era sposata, aveva perso un figlio da giovane da un uomo di cui neanche sapeva il nome. Era alta capelli grigi fatti su all’indietro in un nastro blu, il grosso camicione bianco che indossava la faceva assomigliare a un elefante senza la proboscide, gli zoccoli che indossava non avevano più la suola di gomma e quindi la si poteva sentire fin dal fondo del corridoio, quando stava per arrivare, aveva un vocione grosso spaventava e incuteva paura, ti metteva soggezione, dovevi solo stare zitto e basta. Ma non era cattiva.

Mischia tutte le mattine si alzava e come i suoi compagni di stanza calzava le sue pantofole e via verso il bagno. Il bagno era in fondo al corridoio accanto alla guardia medica, dove alloggiava Marta, Mishia talmente tante volte percorreva il corridoio che conto i passi, la distraeva, 157 passi tutte le mattine andata e ritorno per 365 giorni l’anno. Entravano tutti in bagno, bruttissimo le pareti classiche mattonelle bianco caffellatte lucide, alcune scheggiate dal tempo, i lavandini bianchi con  i rubinetti che quando gli aprivi fischiavano, di più quello dell’acqua calda, gli specchi erano sempre opacizzati dipeso dalla non pulizia, i pavimenti almeno quelli erano sempre lucidi ti ci specchiavi, ogni tanto ti faceva sorridere, ma la cosa più brutta era quando finivi di lavarti, non tanto l’acqua fredda in inverno, o il sapone secco e mai profumato, ma era quando dovevi asciugarti, l’asciugamano o qualcosa che gli assomigliava, puzzava o forse non aveva odore, era duro secco, come se fosse stato lascito a stendere tutta la notte, in una cantina piena di muffa, quando finivi di asciugarti per abitudine lo passavi anche sul naso, dopo l’odore la puzza di umido ti rimane per un paio di ore sotto al naso. Mishia piuttosto che asciugarsi con l’asciugamano , usava pezzi di carta igienica, che come piccoli coriandoli di carta gli rimanevano attaccati sul viso. Mishia sentiva ancora quella voce che la chiamava, era Marta….

Mishia poso l’asciugamano ripiegandolo sul bordo della vasca.

Mishia usci dal bagno.

Anna dove sei finita..Anna.

Si fermo. In piedi giro la testa prima a destra poi a sinistra, gli occhi erano sbarrati ,le braccia distese lungo i fianchi. Mishia si stava agitando.

Voleva calmarsi, cercò con lo sguardo, in ogni angolo della stanza, una qualche scusa del momentaneo abbandono da parte di Anna, cerco un foglietto bianco pieno di inchiostro nero, e con tante spiegazioni, niente non c’era niente, Anna era andata via, aveva abbandonato Mishia, che adesso non sapeva che cosa fare ,ma doveva reagire, dopotutto era in posto accogliente e nessuno ,l’avrebbe sgridata o punita, se stava male.

Ma come ha fatto Anna a lasciarmi qui da sola.

Era tanto spaventata, ogni suo pensiero era un scusa per agitarsi ancora di più.

Forse mi hanno scoperto penso tra se Mishia e Anna è andata a dare spiegazioni, ci hanno visto insieme, forse la polizia o chissà chi, ha dato le mie generalità a tutti gli Alberghi della zona, e  non solo…ho paura e tanta e non c’è nessuno che adesso mi possa aiutare…aiutoooo…..che faccio mio Dio…dai calmati adesso aprono la porta e entra Anna sorridendo o con il broncio mi guarda e mi sgrida…..dove sei finita, mannaggia a me che ho accettato di seguirla, dovevo aspettarmelo, d'altronde non la conosco, non so niente o poco di lei.

Mishia non si calmava e la situazione andava peggiorando.

Era ancora immobile ferma tra la porta del bagno e il piccolo disimpegno che portava nella sala. Tutto per Mishia era immobile, un silenzio intorno a lei, tremendo che non tranquillizzava per niente, anzi la rendeva più nervosa.

Comincio ad avvertire un leggero tremolio alle gambe che piano saliva fino alla vita, le mani stavano sudando freddo, la fronte madida, il viso pallido, Mishia sapeva di essere pallida e questo l’agitava ancora di più; strinse forte le mani per cercare di allentare la tensione, cosi le avevano insegnato, ma non servi a niente, era sempre più agitata, vampate di calore ,sul viso le facevano sbarrare sempre più gli occhi, sembrava una pazza in piena crisi, riprovo a stringere i pugni più forte e poi con calma  a rilasciarli; un brivido leggero di piacere le attraverso il collo e giù dietro alla schiena, ripete l’esercizio un paio di volte. Si stava un po’ calmando. Adesso era ferma provo a muoversi, ricordandosi un consiglio, si piego con calma sulle ginocchia e rimase accovacciata, come una gallina che fa le uova, Mishia sorrise al pensiero. Si stava calmando.

Un ombra che veniva  dalla finestra, disegnava una figura che assomigliava a un uccellino che si era appoggiato sulla ringhiera del terrazzo che girava intorno a quasi tutta la stanza.

Mishia alzo un po’ lo sguardo e ancora accovacciata osservo l’uccellino .L ’ombra si muoveva e questo in qualche modo riuscì a distrarre quasi completamente Mishia ,si riprese, un piccolo sorriso riapparve dalla sua bocca rilassandone il viso tesissimo poco tempo prima, si sollevo piano per riassumere una posizione più eretta, si tirò su aiutandosi con le braccia, era adesso in piedi la testa un pop le girava ma sapeva che questo era più che normale, chiuse gli occhi, e inspiro piegando la testa all’indietro, apri gli occhi e butto fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni. Si era finalmente calmata. L’ombra dell’uccellino era ancora li a farle compagnia, Mishia fece un piccolo saltello in avanti, scavalcando l’ombra e potere osservare il vero uccellino. Guardo fuori dalla finestra ma non cosi in fretta da vederlo solo volar via. Peccato disse Mishia.

Fuori dalla stanza gli uccellini cantavano allegri era primavera. Mishia era a letto leggeva un bel libro di Moravia Racconti Romani triste ma piacevolmente rilassante non che amasse Moravia o un certo tipo di lettura che lei definiva “pallosa” ma le fu regalato da un amico che aveva lasciato la clinica.

Gli zoccoli rumorosi di Marta stavano per entrare nella stanza di Mishia. Mishia sentendola arrivare sistemò il segna libro con disegnata la figura di un gatto, lo sistemo tra le pagine, chiuse il libro e lo nascose sotto il materasso. Non voleva che Marta la scoprisse a leggere.

Eccoti il tuo Yogurt alla frutta mangia e stai zitta per un po’ disse Marta

Grazie Marta sei stata gentile

Gentile, mi pagano per portartelo cosa credi che vengo qui solo per la pietà…..

Mishia prese dalle mani il suo yogurt alla frutta.

Marta si giro e con gli zoccoli rumoreggianti usci dalla sua stanza.

Gli uccellini continuavano a cantare ignari di quello che stava accadendo alla vita di Mishia, gli stava osservando le ombre disegnate sulla parete della camera la divertivano, e imitava con le mani i loro movimenti, anche io come voi vorrei volare via, un giorno forse.

Si sedette sul letto rivolta verso la finestra. Agitò la confezione di yogurt, lo apri e si schizzo leggermente la faccia -mm che buon profumo disse  Mishia - all’ananas è quello che più mi piace con i pezzettini….Prese il cucchiaino e lo affondo nello yogurt e assaporo il gusto di  frutta all'ananas - Buono disse Mishia- riprendendo a sognare guardò incantata fuori gli uccellini.

 

Anna appena chiusa la porta dietro di se della camera si diresse verso l’ascensore.

Pochi passi la separavano. Arrivò di fronte e con non poco stupore noto che in giro per il corridoio non c’era nessuno, al piano c’erano oltre alla sua stanza, due camere che davano sull’altra facciata dell’albergo.

Ma come non c’è nessuno, e vero forse data l’ora, era l’ora di pranzo, tutti o quasi sono a mangiare. Disse Anna. Si avvicinò all’ascensore.

Quasi Quasi vado giù a piedi e prendo le scale un po’ di moto che vuoi che faccia anzi mi farà bene, ma ci Sara un palestra….Allontanandosi dall’ascensore prese la via per le scale

Scese di corsa e qualche scalino lo saltò per farne due alla volta si divertiva rideva da sola.

Arrivo presto al piano della Hall. Era tutta agitata e un po’ scomposta per la veloce corsa giù per le scale, tutta sorridente ,con i capelli in disordine ,spettinati sulla fronte, cerco di darsi una sistemata. Ritorno seria. Si guardo in giro per vedere se qualcuno avesse notato la sua presenza.

La scala che portava alla Hall era bellissima, imponente, se ne vedono solo nei film, stile anni trenta, il telo rosso posato sugli scalini le dava ancora più importanza, non sono mica una regina, disse Anna, non devo fare una sfilata, e mi sa tanto che se vado avanti a parlare mi sa tanto che inciampo tra un gradino e l’altro. Come al suo solito pensava al peggio, cadere per le scale era il minimo che potesse accaderle, ruzzolare giù con il sedere che picchia sulle scale meno dure del normale, per via del tappeto rosso, sai che figura, che bell’entrata, tutti che ti guardano e ridono, di Anna.

La Hall era un po’ più affollata, c’era il portiere che da quando Anna aveva fatto la sua apparizione all’inizio delle scale, era stata osservata, con curiosità; c’era il fattorino sempre in attesa di ordini, e un uomo che non Aveva ancora avuto il dispiacere di conoscere. Un bell’uomo sui 45 anni, Anna dopo averlo osservato credeva di vedere Samuele in suo vecchio amico di Milano, e se non fosse stato per la pancetta che “gonfiava” la camicia bianca sotto la giacca color blu reale, avrebbe detto –ciao Samuele cosa fai da queste parti?

Signorina desidera disse il vice direttore, si quell’uomo di mezza età era il vice direttore dell’Albergo.

L’uomo si era accorto dell’aria un po’ distratta e spaesate di Anna. Sapeva che non era sicuramente abituata a frequentare certi Alberghi.

Posso esserle utile.

No grazie, o meglio si, disse Anna, dove posso trovare la Boutique?

Ah lei è la signorina della stanza 18

Si è vero…rispondendo con un poi di imbarazzo.

Mi scusi ma è la prima volta che la vedo ho il piacere di conoscerla, se sono vere le cose che mi hanno detto di lei……deve essere una persona eccezionale. Disse il vice direttore sempre con un sorriso  sulle labbra.

Non troppo eccezionale mi creda, mi lusingano i suoi complimenti, ma qualsiasi cosa le abbia raccontato di me Michela , beh non ci faccia troppo affidamento ,e poi Michela conoscendola……le avrà detto solo le cose necessarie, quanti anni ho e come mi chiamo…….Anna gli sorrise.

Che insolenza penso sottovoce il vice direttore.

Chiamo Anna che nel frattempo si era allontanata di qualche passo.

Signorina Anna la prego

Anna si volto

Mi scusi non volevo, se in qualche modo posso averla offesa le chiedo umilmente scusa.

Grazie. Disse Anna

Per la Boutique deve seguire il corridoio e poi in fondo a destra dopo la sala da pranzo, suoni il campanello prima di entrare, se no non le aprono.

Va bene rispose Anna, arrivederci

A presto, buona giornata.

Il vice direttore osservo Anna andare via, guardò la sua camminata, bella, Anna sapeva di avere un bel sedere e per sfruttarne la forma camminava meglio che poteva, ne seguiva ogni suo movimento distratto solo dalle mani che nervosamente cercavano qualcosa nelle tasche della borsetta. Anna sapeva di essere osservata. Mi sta osservando quel M….. che guardi altrove e vada a sfogarsi con sua moglie.

Il vice direttore poggio le mani sul bancone e sfoglio le prenotazioni, alzando gli occhi al cielo  disse che bel c…,fattorino allora cosa fai li cosi impalato, vai a fare qualcosa. Si era accorto che il fattorino lo stava guardando.

Si signore, cosa devo fare

Qualcosa non lo so .Aveva ancora nella mente quell’opera d’arte scolpita su un corpo perfetto. Sognava ad occhi aperti.

Signore sto aspettando

Fai una cosa vai da Giuseppe e fagli preparare un bel mazzo di rose rosse, hai capito bene?

Si signore rispose il fattorino e se ne andò pensando, ti ha colpito ma cosa credi di fare di conquistarla con rose illuso ?ci vuole ben altro per una ragazza cosi, avrebbe voluto tanto dirglelo in faccia.  

Anna uscì dal negozio, con nelle mani portava due borse  piene di vestiti, approfittando degli sconti che gli avevano fatto. Anna era felice, aveva speso poco. Ripassando dalla Hall riincrocio gli sguardi del fattorino, e soprattutto del vice direttore, che le sorrise.

A che piano signorina? Domando l’addetto dell’ascensore.

All’ultimo grazie.

Prego.

Anna entro nell’ascensore. Fu colpita da un buon profumo lo stesso che c’era nella sua camera. Non era sola nell’ascensore, erano entrati poco prima due persone. Erano in quattro compreso ovviamente il ragazzo addetto solo a spingere dei bottoni, su e giù per i piani e peggio che gli andava doveva scaricare pochi bagagli a mano, bella vita penso Anna, ma troppo triste. Le altre due persone erano diversissime dalla concezione di persona che Anna aveva, gli distingueva i due categorie, le persone umane e le persone ricche. Odiava i ricchi con le loro manie e i loro vizzi. Davanti a Anna c’era l’uomo ricco, un età compresa tra 35 e i 40 anni, capelli bianchi occhi castani nascosti da un paio di occhiali con lenti chiaro scure, fissate su una montature in marrone scuro trasparente, il viso ben tenuto lasciava trasparire poche rughe, nascoste forse da qualche ripassata chirurgica, una bella bocca resa più seria da un pizzetto leggero ma molto curato, i vestiti che indossava erano in sintonia forse con i colori dei capelli, in grigio una giacca a doppio petto lasciata aperta lasciando trasparire una cravatta giallo chiaro canarino con dei disegni leggeri a righe, stretta su una camicia di  colore azzurrino mare, i pantaloni anche loro grigi, ma quello che attirava l’attenzione di Anna erano le scarpe, stupende, nere, super lucide, vi si riflettevano le pareti dell’ascensore, la fibbia lucida argentata, brillava. A Anna quell’uomo sembrava solo un manichino. Accanto al fattorino invece c’era una donna, molto bella poco più che trentenne. Anche lei vestiva bene, un gessato blu chiaro, una bella giacca, sotto un altrettanto carina camicetta un po’ scollata, risaltavano le forme forse gonfiate da un bel reggiseno, e al collo una catenina fine con un ciondolo a forma di bilancia, che si posava proprio nel centro della scollatura, la gonna infine accorciata un po’ troppo da come doveva essere in origine, ma che stava bene con le scarpe in tinta con il vestito. Il suo viso era un bel viso, ma troppo serio, impostato per non fare trasparine alcuna emozione,  le labbra sottili ma splendenti di luce propria per via del rossetto rosso fuoco che brillava alla luce dei faretti posti ai lati dell’ascensore gli occhi azzurri, fissi nel vuoto con le ciglia che poche volte sbattevano, ma come faceva ad essere cosi impassibile e seriosa penso Anna eppure la sto fissando…….I capelli biondi  avevano un taglio simile a quello di Anna, e questo a Anna la signora gliela faceva apparire meno antipatica.

Il fattorino chiese. Bella giornata fuori vero?

Gli rispose solo Anna. Se  ne varrebbe la pena fare un giro in bicicletta.

Gli altri due seri non dissero  niente neanche con lo sguardo nessun movimento che poté fare pensare a una loro risposta.

Prego questo e il vostro piano arrivederci

Buongiorno dissero uscendo insieme.

Il fattorino guardo Anna e gli sorrise, e voltandosi per premere il 10 piano Anna gli Disse. Ma che tipi strani.

Lei non lo sa signorina che sono quei tipi strani.

No.

Bhe l’uomo e il presidente e maggiore azionista della ditta Millon, la conosce vero?

Mi pare di averla già sentita, si, non fanno mica frigoriferi?

Non solo la moglie possiede una catena di negozi di alimentari, e non è finita, il padre di lui possiede due die più grandi alberghi di Torino, le basta….

Anna non disse niente.

Intanto l’ascensore era arrivato al piano.

Non ho parole disse Anna, ci vediamo e buona giornata.

Usci dall’ascensore con le sue due borse piene di vestiti, che non vedeva l’ora di mostrare alla sua amica Mishia.

Percorse la strada che la portava alla sua camera.

Mishia intanto era sola in camera ma più tranquilla, ma iniziava a fare caldo e la fame di conseguenza stava aumentando quando..

Toc Toc

Era Anna penso Mishia

Si chi è

Dai Mishia aprimi chi credevi che fosse?

E che ne so non sono ancora capace di vedere attraverso le porte.

La maniglia della porta non si apriva.

Anna non si apre non è che le chiavi le hai te?

Scusa è vero che sbadata. Poggio per terra i due sacchetti, prese la borsetta e nella confusione cerco le chiavi, ma non vi trovò niente.

Anna  fu colta da un attimo di agitazione, si allontanò dalla porta e andando verso una cassapanca sistemata non lontano dalla stanza, continuo a cercare nella borsetta nelle tasche, vi arrivo e svuoto tutto il contenuto sopra la cassapanca, c’era di tutto ma la chiave no.

Panico e adesso cosa faccio.

Ritorno alla stanza dopo avere risistemato il tutto di nuovo dentro la borsetta.

Mishia

Dimmi Anna cosa vuoi, non dirmelo non trovi le chiavi, vero?

Eh si più o meno, non ti preoccupare.

Ma che stupida che sono disse Anna ad alta voce più volte, le chiavi dove potevano essere, dove sono sempre state, nella cerniera esterna della borsetta.

Ciao Anna quanto tempo ma dove eri finita?

Perdonami la mia testa a volte è altrove

Non dirlo a me rispose mishia.

Anna aveva due sacchetti pieni di vestiti che mostro subito poco dopo a Mishia, che non fece altro che provarli e riprovarli. Era molto contenta e quello che Anna aveva scelto per lei era bellissimo e le andava bene.

Anna voleva solo riposare dopo avere mangiato qualche cosa.

Mishia vestiti e poi andiamo fuori a mangiare qualcosa

Va bene.

Anna fissava il vuoto e il tavolo di fronte a lei.

Erano sedute una di fronte all’altra.Non si dicevano una parola tutte e due aspettavano un cenno un gesto anche un solo sospiro.

La casa dove abitavano era piccolina, gli spazi dove potersi muovere erano abbastanza stretti e non passava giorno che qualcuno urtasse contro gli stipiti delle porte di legno. C’erano solo due locali ma ben disposti, appena entrati c’era la sala.

 

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